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Se oggi possiamo guardare all’Ottocento senza chiusure preventive è in parte anche grazie al fondamentale, anche se poco riconosciuto, apporto di Carlo Ludovico Ragghianti, che, durante la sua lunga attività critica, offrì una lettura originale dei fenomeni stilistici apparsi dall’insorgere del Neoclassicismo fino alla stagione del Liberty.

Lo storico dell’arte lucchese si relazionò alla civiltà figurativa ottocentesca in tempi precoci: già nei primi anni Trenta del Novecento era interessato a studiare senza sovrastrutture nazionalistiche alcuni protagonisti dell’avventura macchiaiola, e nel 1933 fu coinvolto da Argan e Mary Pittaluga nel lavoro – presto andato alla deriva – di scrittura di una monografia sull’arte del XIX secolo.

Libero dalla retorica ammirativa che, specie dopo il 1948, si era sedimentata sui celebrati peintres refusés e indépendants della Francia del secondo Ottocento, Ragghianti (attraverso contributi sparsi, una travagliata trattazione monografica pubblicata in prima edizione nel 1944 e, non in ultimo, il progetto di un libro rimasto allo stadio di bozza) sentì l’esigenza di decostruire il mito dell’Impressionismo. Sia tramite articoli, sia sovrintendendo a riviste ed esposizioni, tentò così di scardinare i paradigmi esegetici gravanti su diverse aree della storia dell’arte ottocentesca. Non sempre i suoi sforzi andarono a buon fine – eloquente il caso dell’ambizioso progetto della mostra ‘Arte moderna in Italia 1885-1915’ –, ma in ogni caso contribuirono a far nascere sia nei colleghi, sia presso il pubblico medio dei lettori della rivista «seleArte», la coscienza di una cultura figurativa troppo spesso comunicata per semplificazioni. Ragghianti fu poi particolarmente attivo nel collaborare e nel sostenere studiosi, come Rossana Bossaglia e Italo Cremona, che avviarono una prima riconsiderazione dell’Art Nouveau e della visualità fin de siécle.

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